L’ex difensore Faouzi Ghoulam ha conversato a Sky Sport raccontando della sua esperienza da giocatore durante il Ramadan: “Per tutti i musulmani è un mese di gioia e purificazione. Si è parlato molte volte della compatibilità fra la pratica del Ramadan e lo sport professionistico e, in base alla mia esperienza, posso dire che durante questo periodo per noi in questo modo speciale le performance degli atleti musulmani non solo non calano ma possono addirittura… migliorare. Ne sono convinto e a questo punto vi spiegherò il perché”.
Argomenta in questo modo Ghoulam: “Prima di farlo ma volevo contestualizzare la questione. Rispetto a allorchè ho iniziato la mia carriera di giocatore, in Francia al Saint Etienne, molte cose sono cambiate in meglio, forse pure perché i giocatori musulmani che giocavano nelle principali leghe europee erano meno rispetto a quelli odierno. In Italia ho sempre avuto la sensazione che ci fosse, da parte di tutti, grande rispetto verso religioni diverse da quella cattolica, ma è certo che nella giornata odierna, complessivamente il calcio occidentale, sia aumentata la sensibilità verso le esigenze spirituali e religiose dei musulmani. E, all’unisono, sono cresciute l’attenzione e l’organizzazione dei club: è cambiata in positivo la percezione dei professionisti dello sport, delle istituzioni, dei tifosi, di tutti. Nell’ultimo turno di Coppa Campioni, per citare solo l’ultimo esempio, l’arbitro di Lille-Borussia Dortmund ha sospeso la partita all’ottavo minuto, non appena è calato il sole, consentendo in questo modo a chi ne avesse bisogno di rifocillarsi: un momento bellissimo e molto significativo”.
E tuttavia: “La religione è un aspetto centrale, vitale, nella vita dei musulmani. E per noi il Ramadan è il mese dell’anno in cui ci si sente più vicini a Dio. Giorni speciali in cui, noi giocatori, apprezziamo tuttavia oltre la grazia di poter praticare la professione che sin da bambini sognavamo e che ci consente di potere avere una vita privilegiata rispetto a parecchi altri fratelli, di tutte le religioni, che viceversa navigano nella povertà e nella sofferenza. Durante il Ramadan prendiamo coscienza del tanto che Dio ci ha dato e riservato perché, tramite la pratica, ci cerchiamo e ci ritroviamo, raggiungendo un equilibrio unico: fisico, mentale e spirituale. È proprio per tale motivo aspetto che, per come la vedo e l’ho vissuta io, in questo periodo dell’anno le prestazioni degli atleti musulmani possono addirittura migliorare. Se penso ai momenti migliori della mia carriera, ricordo delle stagioni in cui, durante il Ramadan, andavo letteralmente come un treno e i miei dati, durante l’addestramento e in partita, erano al di sopra delle mie medie”.
Continua dunque Ghoulam: “Un altro aspetto vitale è come noi musulmani viviamo il Ramadan in relazione a chi non lo pratica e per spiegarvelo voglio raccontarvi un aneddoto legato alla mia esperienza in Italia. Allorchè arrivai al Napoli, l’allenatore in quel momento era Rafa Benitez. Il ritiro coincise col mese di Ramadan e un’altra cosa che caratterizza noi musulmani è la volontà di vivere questo periodo magico in assoluta serenità e senza pesare sugli altri. Inoltre, ero giovane, con meno sicurezza e coscienza rispetto a quella che posso avere nella giornata odierna che sono un adulto. Decisi, perciò, di non comunicare al club che in quei giorni avrei seguito una tabella nutrizionale e degli orari dei pasti diversi rispetto alla maggioranza dei miei compagni di squadra. Benitez mi chiamò nel suo ufficio, convocando sia lo gruppo tecnico che quello medico: Rafa mi tranquillizzò e mi disse che la squadra avrebbe fatto il massimo per consentirmi di vivere in serenità, e nelle condizioni ottimali, il mio Ramadan. Nella mia stanza, ad esempio, fu portato un frigorifero: un vero privilegio. Tutti, in seguito, mi dimostrarono rispetto ed empatia. Lo chef, addirittura, si svegliava alle tre e mezza nottetempo per cucinare appositamente per me e Kalidou (Koulibaly, ndr). A noi dispiaceva ma non ci fu verso di fargli cambiare idea. Molti miei compagni, durante il giorno, evitavano di bere o mangiare in mia presenza. Piccoli gesti di grande umanità. Che lasciano il segno, non si dimenticano e determinano riconoscenza, attaccamento al club, alla maglia, al proprio allenatore, ai propri compagni di squadra. Emozioni forti, insomma. Che, come ho detto e ripeto, a conti fatti possono determinare pure un miglioramento delle performance individuali e, dunque, di squadra. E devo dire che al Napoli sono sempre stato molto fortunato, perché tutti gli allenatori mi hanno permesso di esprimermi al meglio come uomo, musulmano e giocatore. Gattuso, addirittura, arrivò a modificare gli orari degli allenamenti. Sono cose che non si dimenticano, alla lunga fanno la differenza e, perciò, creano legami indissolubili che, nello sport come nella vita, possono essere la chiave del successo.
Image:Getty
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