Altro che vigilia tranquilla. Mentre il Napoli rifiniva gli ultimi dettagli per la notte della Cerámica, Aurelio De Laurentiis ha lanciato una frase destinata a far discutere ben oltre i novanta minuti di Villarreal-Napoli. Intervistato dal Tg5 a margine della consegna del Collare d’Oro del Coni per il centenario del club, il presidente ha toccato il tema più delicato di tutti: la possibile vendita della società. Nessun annuncio, nessuna trattativa sul tavolo, ma una porta che – almeno a parole – non è sbarrata.
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Toggle«C’è qualcuno capace di pagare i miei sforzi?»
Il passaggio è arrivato quasi in chiusura, con il classico stile del patron: una domanda rivolta al giornalista prima ancora della risposta. «Io le faccio una domanda: secondo lei c’è qualcuno capace di pagare i miei sforzi di un quarto di secolo? Non lo so, ma se c’è si faccia avanti, poi verificheremo e valuteremo». E subito dopo il paletto, che pesa quanto il prezzo: «Che garanzie darà ai nostri tifosi di continuare il percorso da me iniziato?».
Tradotto in parole semplici: la SSC Napoli non è in vendita, ma chiunque pensasse di bussare dovrebbe presentarsi con un assegno all’altezza di venticinque anni di lavoro e con un progetto credibile per la piazza. Due condizioni che, conoscendo il personaggio, suonano più come una rivendicazione del proprio operato che come un cartello «vendesi» appeso a Castel Volturno. Ma in una città che vive di calcio, anche il semplice «valuteremo» basta per accendere radio e social.
Dalle ceneri del fallimento al nome di Maradona
De Laurentiis ha ripercorso la sua storia azzurra partendo dall’inizio, o meglio da prima dell’inizio. «Dalla prima volta che mi interessai al Napoli sono passati 25 anni. La prima volta non sono riuscito a comprarlo e l’ho dovuto rilevare soltanto dal fallimento, perché dopo la mia prima offerta fallirono», ha raccontato. Un quarto di secolo «molto impegnativo, importante», ma con la consapevolezza che «c’è ancora molto da fare nel calcio».
Poi l’orgoglio, tutto sul nome. «Quando sono arrivato il Napoli non esisteva più. Io ho preso dalle ceneri una denominazione: l’avrei potuto chiamare Partenope? L’avrei potuto chiamare in altro modo? No, per rispetto ai napoletani e al grande protagonista del calcio mondiale che solo Napoli ha avuto, che è Maradona, l’ho continuata a chiamare Società Sportiva Calcio Napoli». Un messaggio chiaro a chi, tra i tifosi, gli rimprovera da anni scarsa sintonia con la storia del club: per lui quella storia l’ha salvata, non cancellata.
Calendari, infortuni e la frecciata al sistema
Il presidente non si è limitato al tema societario. Ha parlato anche del futuro del calcio italiano, citando Giovanni Malagò: «Si poteva evitare tutto quello che è successo attorno a lui. Ma questa è l’Italia delle invidie, del malcostume e delle persone che non ti perdonano il successo e l’intelligenza». Con lui, ha aggiunto, spera si possano «modificare molte cose», ma serve sedersi anche con Ceferin e Infantino, perché il calcio «non è solo un fattore nazionale, ma mondiale».
Il punto più concreto riguarda i calendari, vecchio cavallo di battaglia del patron: «Gli atleti hanno troppe partite sulle spalle e bisogna stare molto attenti alla loro salute, si infortunano in continuazione. Anche noi durante queste tre settimane abbiamo avuto tre infortunati, che non è poco». Un tema che a Napoli conoscono bene, visto che stasera in Spagna mancheranno ancora Anguissa e Olivera, attesi in gruppo solo da mercoledì.
Spazio anche alla Serie A, con il solito gusto per la battuta: il campionato, secondo lui, si è rafforzato dappertutto, «ha visto la sorpresa del Frosinone», e «piatto ricco, mi ci ficco». Ma con una critica netta ai tornei spaccati in due: «Ho sempre detto che bisogna rafforzare tutti quanti, come in Inghilterra, altrimenti i campionati sono un po’ falsati».
De Bruyne, Allegri e la scaramanzia prima della Cerámica
Sulla squadra, De Laurentiis ha speso parole al miele. Su Kevin De Bruyne: «L’iniezione di fiducia te la dà il gioco stesso, i tuoi tifosi. Lui in Belgio si è caricato, ha avuto gare di grande successo e abbiamo anche noi usufruito di questa sua forma». E su Allegri, dopo la carezza del mattino sulla difesa a tre, un’altra promozione piena: «È un grande tutelatore di spogliatoio, sa amministrare bene tutti i calciatori, con lui si lavora in maniera perfetta».
Niente pronostici, invece, sulla sfida di Champions League. «Sono partite a sé stanti, ci sono tre risultati possibili. Ci sono momenti che non riesci a spiegarti, come successo a noi l’altro anno, quando siamo arrivati in una posizione assurda, impossibile per uno che poi arriva secondo in campionato». E poi la chiusura da uomo di origini napoletane: «Sono estremamente scaramantico. Io dico sempre: che vinca il migliore, ovvero noi».
Il campo, dalle 21, dirà se il Napoli riuscirà a muovere la classifica europea dopo il ko all’esordio con l’Arsenal. Fuori dal campo, intanto, resta sospesa quella frase sul futuro del club: non una svolta, ma un promemoria. Il Napoli ha un padrone che non ha fretta di andarsene, e che il prezzo – economico e morale – lo ha già fissato.