Napoli, la crisi passa dai conti: il tesoretto rimasto in cassa, l’ombra di Chiavelli e un Allegri «parafulmine» troppo caro da esonerare. E sullo stadio Q8 si apre la settimana decisiva

Napoli, la crisi passa dai conti: il tesoretto rimasto in cassa, l'ombra di Chiavelli e un Allegri «parafulmine» troppo caro da esonerare. E sullo stadio Q8 si apre la settimana decisiva

Il campo dice crisi, e questo ormai lo sanno anche i sassi: cinque sconfitte nelle prime nove partite stagionali, il ko di Venezia, una squadra che per un’ora non è sembrata nemmeno scesa dal pullman. Ma la domenica del Napoli, mentre a Castel Volturno si lavorava senza l’allenatore influenzato, ha spostato il dibattito un piano più su. Dalla lavagna tattica alla scrivania. Perché dietro il caso Allegri c’è una domanda che in città gira da settimane e che oggi è tornata a farsi sentire con forza: questa è (anche) una crisi di conti, di scelte societarie, di soldi non spesi?

Le risposte, al momento, arrivano a pezzi. Ma messi in fila raccontano una storia piuttosto chiara.

Il paradosso del tesoretto: i soldi c’erano, il mercato no

Il ragionamento più duro lo propone AreaNapoli, che parla senza mezzi termini di un «bug» nel sistema Napoli. Il punto di partenza è il paradosso classico del cane che si morde la coda: per un club che si autofinanzia, come quello di De Laurentiis, la Champions è ossigeno puro. Ma per tornarci servono investimenti, e in estate gli investimenti mirati non ci sono stati. Risultato: con questa partenza ad handicap, anche il quarto posto rischia di diventare un miraggio.

Il dettaglio che fa più rumore è quello della liquidità. Secondo la ricostruzione, il Napoli poteva contare su riserve vicine ai 200 milioni di euro, un tesoretto che però è rimasto praticamente congelato proprio nel momento in cui serviva rinforzare la rosa. E qui entra in scena l’uomo dei numeri: l’amministratore delegato Andrea Chiavelli. La linea scelta dal presidente sarebbe stata ancora una volta quella dell’austerity suggerita dal suo braccio destro sui conti e sui contratti. Un film già visto, secondo AreaNapoli, che richiama gli errori del post-Spalletti, quando il Napoli campione d’Italia fu consegnato a Rudi Garcia senza grandi innesti.

A questo si aggiunge un retroscena che oggi suona quasi come una profezia: Antonio Conte sarebbe rimasto, ma a patto di un profondo rinnovamento della rosa, con diversi senatori arrivati a fine ciclo e contratti in scadenza. Investimenti che De Laurentiis non ha potuto o voluto fare. Da lì la scelta di puntare su un tecnico che ha accettato subito le condizioni del club. Raffaele Mignano, a Radio Tutto Napoli, l’ha detta così: Allegri paga innanzitutto il fatto di aver detto sì a tutte le condizioni poste dalla società, mentre altri allenatori, capito che non ci sarebbe stata una vera campagna acquisti, avevano declinato. Sintesi brutale ma efficace: «I conti non tornano».

Allegri, il parafulmine che costa troppo per essere licenziato

Ed eccoci al nodo dell’esonero. In serata l’ANSA ha messo un punto fermo: la panchina di Allegri è di fatto blindata, e non solo per fiducia. De Laurentiis non interverrà pubblicamente, sia per non agitare l’ambiente a due giorni dalla Champions League, sia perché considera il tecnico inamovibile. Ma c’è anche una questione puramente economica. Secondo l’agenzia, Allegri ha firmato un contratto da 4,5 milioni a stagione più bonus legati alla qualificazione Champions e all’eventuale scudetto. Per una società che in estate non ha avuto la forza di fare mercato, mandarlo via significherebbe pagare lui e tutto il suo staff per gli anni a venire e, contemporaneamente, ingaggiare un nuovo allenatore. Un colpo, scrive l’ANSA, «quasi letale». Lo stesso Mignano lo ha sintetizzato senza giri di parole: costa tanto, De Laurentiis non può pagargli il triennale e prenderne un altro.

È qui che la lettura di AreaNapoli diventa ancora più tagliente: Allegri, pur essendo «l’ultimo dei responsabili» di un mercato immobile, accettando questo contesto se n’è preso oneri e onori. E oggi finisce per fare da perfetto parafulmine per la proprietà, assorbendo le critiche di una piazza delusa. Una tesi che però non lo assolve del tutto. Su TuttoNapoli, Davide Baratto ha ricordato che in estate era stato proprio Max a certificare la bontà dell’organico: «La rosa è già altamente competitiva», diceva, sostenendo che aggiungere giocatori che non alzavano il livello non avesse senso. Insomma, tra essere aziendalista e fare lo yes man deve esserci un confine. E se il mercato è stato un errore, l’allenatore quell’errore l’ha avallato.

Dal canto suo, il tecnico, che oggi non ha diretto la seduta per uno stato influenzale, resta convinto che la squadra abbia il potenziale per ritrovarsi: secondo l’ANSA, imputa il rallentamento soprattutto ai tantissimi infortuni e alla mancanza di equilibrio, difetto che pensa di correggere con lavoro e tranquillità. Domani alle 15:15 si presenterà in conferenza stampa insieme ad Alex Meret, alla vigilia della sfida di martedì alle 21 contro il Bodø/Glimt, arbitrata dallo spagnolo Sánchez Martínez.

La domenica della Serie A allarga la voragine

E i conti, quelli della classifica, intanto peggiorano. La domenica di Serie A non ha fatto sconti agli azzurri: l’Inter, che ieri ha ribaltato il Bologna, è a quota 19, cioè nove punti sopra il Napoli fermo a 10 e nono. La Roma di Gasperini, dopo il 2-0 al Genoa, è a +7 ed è la prossima avversaria in campionato: sabato 24 ottobre, con Gasperini che spera di recuperare Dybala proprio per quella partita. Il Como ha sbancato Firenze per 3-1 e vola a 14, la Lazio è a 16 e stasera gioca allo Stadium contro la Juventus, mentre il Milan ha affrontato l’Atalanta a San Siro. Tradotto: il quarto posto, cioè la Champions dell’anno prossimo e i suoi ricavi, è già lontano diverse lunghezze dopo appena sette giornate.

Curiosamente, proprio Cesc Fabregas, dopo la vittoria del suo Como, ha speso una parola quasi consolatoria: «Ieri ho visto il Napoli gli ultimi 30 minuti e non so come ha fatto a non fare gol». Peccato che la mezz’ora buona sia arrivata dopo un’ora di nulla. E il calendario non aiuta: da qui a fine novembre, come ha fatto notare Mignano, dopo Bodø, Roma e Monza ci sono Juventus, Porto, Lazio, Torino e Manchester City. Un tour de force da brividi, nell’anno del centenario in cui il presidente sognava di fare qualcosa di importante in Europa.

Cessione e stadio: le due partite fuori dal campo

Poi c’è il tema che nessuno pronuncia volentieri, ma che torna ciclicamente: il futuro della proprietà. AreaNapoli sostiene che in settimana De Laurentiis non abbia chiuso del tutto all’ipotesi di valutare offerte per il club, e sottolinea come il patron «non parli mai a caso». È bene essere prudenti: a giugno lo stesso presidente aveva interrotto i dialoghi con il gruppo interessato e ribadito che il Napoli non era in vendita, aprendo eventualmente a capitali esterni solo per le infrastrutture. Ma in un momento così, ogni sfumatura pesa. E Mignano lo ha fatto notare: tra rinnovi, richieste economiche dei calciatori, stadio, centri sportivi e voci di cessione, come si può pensare che un gruppo lavori sereno?

Proprio sullo stadio, però, arriva l’unica notizia che profuma di futuro. Il giornalista Marco Giordano ha visitato stamattina l’area delle ex raffinerie Q8 a San Giovanni a Teduccio, quella in cui potrebbe nascere il nuovo impianto di proprietà del club. Si tratta di una zona ASI e di un Sito di Interesse Nazionale, dove esiste già una stazione ferroviaria funzionante, quella di Traccia. E soprattutto, secondo Giordano, quella che si apre sarà una settimana importante: arriverà la valutazione economica dei terreni e subito dopo sono previsti nuovi contatti tra il Napoli e i vertici di Q8 Italia. Vicinanza alle arterie principali, svincoli autostradali, stazione: logisticamente, dice, la zona è perfetta, con la possibilità di espandersi anche sull’area dei vecchi silos.

I contorni del progetto, emersi nei giorni scorsi grazie al Mattino, sono ambiziosi: circa 25 ettari tra via De Roberto e la Strada Provinciale delle Brecce, una richiesta di Q8 che supererebbe i 20 milioni, un impianto da circa 70mila posti con 120 skybox e 5mila parcheggi, tempi di costruzione stimati in 24-30 mesi dall’apertura del cantiere. Agli ultimi incontri c’era anche Chiavelli, a conferma che il dossier è considerato strategico. Resta indispensabile il via libera del Comune sui parametri urbanistici, mentre in parallelo va avanti l’ammodernamento dello stadio Maradona, finanziato con fondi pubblici in vista di Euro 2032.

Ed è qui che il cerchio si chiude, in modo quasi ironico. Il Napoli che fatica a trovare soldi per il mercato è lo stesso che si prepara a investire decine di milioni sul mattone. Due visioni che possono anche convivere, perché uno stadio di proprietà è il vero salto di qualità di un club moderno. Ma i tifosi, oggi, vorrebbero vedere la stessa determinazione anche sul prato. Martedì contro il Bodø, con zero punti in Champions e una piazza in ebollizione, il campo tornerà a parlare. E stavolta, più che mai, la risposta servirà anche alla scrivania.