Sette punti in cinque giornate e un 1-1 al Franchi che sa di occasione sprecata: a Castel Volturno non c’è aria di vacanza. Allegri non ha digerito la prova di Firenze, soprattutto il secondo tempo, e ora la sosta delle Nazionali diventa un esame di carattere. Non solo tattico. Caratteriale. Al centro del mirino, secondo quanto riportato da Il Mattino e rilanciato dalla stampa specializzata, c’è anche Kevin De Bruyne: qualità da campione, sì, ma anche gesti e sguardi critici verso i compagni che il mister non intende far scivolare via senza un indirizzo chiaro.
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ToggleIl monito ai veterani: «Il gruppo lo guidate voi»
Il messaggio che Max sta facendo passare nello spogliatoio del ssc napoli è netto. Fin qui, soprattutto i pezzi di esperienza sono mancati. «Il gruppo devono guidarlo loro», ha ripetuto più volte riferendosi a calciatori come De Bruyne, Giovanni Di Lorenzo, Politano e anche Scott McTominay, quest’ultimo ancora in lista d’attesa dopo le due settimane di riposo post ablazione e atteso già da giovedì per riabbracciare il gruppo. Non è un richiamo generico: è una gerarchia di responsabilità. Chi ha peso, ingaggio e curriculum nello spogliatoio deve trascinare, non limitarsi a giudicare.
Il belga, al Franchi, ha giocato tutti i novanta minuti. A 35 anni il dosaggio delle energie resta parte del mestiere, e Allegri lo sa. Il punto, però, è un altro: l’apporto che il numero undici può e deve dare dentro e fuori dal rettangolo verde. Nei primi turni di Napoli si è fatto notare per un’insofferenza visibile — rammarico, gesti, pressioni sui compagni — che in un ambiente già caldo rischia di diventare rumore invece che leadership. Il tecnico vuole parlare chiaro: stessi standard per tutti, a partire dai nomi più pesanti.
Lang, Milinkovic-Savic e il gruppo che non c’è
Dopo Firenze qualcosa di troppo è già uscito dal campo. Noa Lang, a DAZN, dopo un’altra prova opaca ha puntato il dito: «Dobbiamo essere bravi a guardarci», e ancora «Ero libero un paio di volte davanti alla porta, non so se i compagni mi abbiano visto». Frasi che aprono una finestra su un insieme di bravi calciatori che, però, non sempre giocano insieme per novanta minuti. Chi avrebbe dovuto vedere Noa? E perché non si guarda anche a quello che, nelle altre azioni, lo stesso olandese non è riuscito a creare?
Poi c’è Vanja Milinkovic-Savic. Prima di partire per la Nazionale il serbo ha lasciato sui social un post sibilino — «It is what it is» — e in tv ha scaricato la domanda sul miglioramento: «È una domanda da fare al mister, non a me». I più cattivi parlano di rimbalzo di responsabilità. Allegri, da parte sua, continua a difendere il gruppo davanti alle telecamere perché sa che quello che succede dietro conta di più. Con Landucci sta cercando la chiave. Ma prima, forse, deve capire se un gruppo Napoli esiste ancora davvero, oltre le dichiarazioni e i post.
Ultimo passaggio, Hojlund isolato e la scossa verso il Frosinone
I numeri non aiutano il racconto soft. Contro la Fiorentina il Napoli ha mostrato di nuovo la vecchia malattia: manca qualità nell’ultimo passaggio, quelle scelte negli ultimi venticinque metri su cui Allegri insiste da settimane. Solo due assist in campionato finora — De Bruyne per Vergara a Genova, Favasuli per Lobotka contro il Bologna — sono troppo pochi per una rosa che ha in rosa un regista del calibro del belga. Hojlund resta il miglior marcatore con due reti, ma spesso costruisce da solo: a Firenze ha toccato pochi palloni e ha combattuto isolato. Se il centravanti non viene alimentato, il problema non è solo davanti: è nel collegamento tra centrocampo, trequarti e area.
La sosta, quindi, non è una fuga. È il momento in cui Allegri vuole ritrovare energia, pezzi dall’infermeria e soprattutto un’idea di spogliatoio. Il calendario segna già in rosso il 10 ottobre: al Maradona arriva il Frosinone, primo crocevia dopo le Nazionali. Lì servirà una risposta di atteggiamento, non solo di schema. Perché il mister lo ha detto senza mezzi termini: così non si può e non si deve andare avanti. E se i veterani devono guidare il gruppo, De Bruyne è il primo a dover trasformare l’insofferenza in trascinamento. Altrimenti la classifica — già magra — rischia di diventare un alibi permanente.