Lontano dalla panchina, ma tutt’altro che lontano dai riflettori. Antonio Conte è tornato a parlare in una lunga chiacchierata con The Athletic, e com’era prevedibile una buona fetta del discorso è finita lì, all’ombra del Vesuvio, sui due anni che hanno riportato a Napoli lo scudetto e la Supercoppa. Parole misurate, quasi affettuose, ma con dentro una confessione che spiega meglio di mille retroscena perché la storia con il club di Aurelio De Laurentiis si sia chiusa a maggio.
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Toggle«Un’esperienza meravigliosa, ma quanta energia»
Il concetto è semplice e Conte lo ripete senza giri di parole: Napoli è stata bellissima, ma lo ha svuotato. Il motivo, nella sua lettura, sta tutto nella geografia del potere del nostro campionato. Per un club come il Napoli, ma anche per Roma o Lazio, giocarsela ogni settimana con Inter, Milan e Juventus significa vivere costantemente sopra il limite. «Non è una passeggiata», ha spiegato l’ex tecnico azzurro, ammettendo di aver «consumato davvero molte energie».
Tradotto: non è stata una fuga, né un litigio. È stata la stanchezza di chi per due stagioni ha trascinato una piazza intera, tra un titolo vinto e la pressione di doverlo difendere. Ed è un passaggio che a Napoli farà discutere, perché conferma quello che in tanti avevano intuito: Conte se n’è andato con il serbatoio vuoto, non con il cuore altrove.
Oggi, racconta, si gode la fase della calma. Guarda partite, studia nuovi approcci, prova ad adattare «gli sviluppi del calcio» alle sue idee. Un Conte più riflessivo del solito, almeno a parole. Chi lo conosce sa che la quiete, per lui, è solo l’anticamera della prossima battaglia.
Premier League, bazooka e club da risvegliare
E la prossima battaglia, a sentire lui, potrebbe essere in Inghilterra. La Premier League lo attira, e la metafora usata è di quelle che restano: «In Inghilterra usano i bazooka, ovunque altrove si usano ancora le pistole». Attenzione però, aggiunge subito: i soldi vanno spesi con saggezza, servono valutazioni giuste e una visione. Non esclude nemmeno di subentrare a stagione in corso, purché ne valga la pena.
Il profilo del club ideale è un identikit preciso: una società che ha «perso di vista la propria storia», da rimettere in piedi e far tornare a splendere. Un posto dove c’è pressione e dove non si va per partecipare, ma per competere. Per Conte l’allenatore deve stare al centro del progetto, dettare direzione e visione come facevano Klopp e Guardiola e come fa oggi Arteta. E se non sei contento di lui, dice, lo licenzi.
Non sono mancati i ricordi inglesi. Al Chelsea ha vinto la Premier al primo colpo, l’ultimo titolo dei Blues, con un Kanté su cui il club gli chiese «dieci volte» se fosse davvero sicuro. Al Tottenham le cose sono andate diversamente, e l’aneddoto con Daniel Levy è quasi comico: dopo un pareggio Conte scrive al presidente, che gli risponde serafico «non preoccuparti, vinceremo la prossima». Una mentalità lontana anni luce dalla sua, che ripete come un mantra che non sempre c’è una prossima volta.
Cosa resta a Napoli di quelle parole
In Italia, intanto, una porta pare chiusa: secondo quanto riportato, la Juventus ha escluso un suo ritorno. E a Napoli? Il presente si chiama Massimiliano Allegri, che proprio oggi riprende il lavoro a Castel Volturno in una settimana delicatissima, con la classifica da raddrizzare e un’infermeria tutt’altro che vuota. Il confronto con chi c’era prima è inevitabile, soprattutto quando le cose non girano.
Ma c’è anche un’eredità concreta. Tra i ragazzi lanciati da Conte in Serie A c’è Antonio Vergara, che dopo l’esordio in Nazionale potrebbe partire titolare con la Turchia. Un piccolo segno che quel biennio non ha lasciato solo trofei in bacheca, ma anche qualcosa su cui costruire.
Il resto è nostalgia, e ognuno la gestisce come può. Conte, dal canto suo, ha chiuso il cerchio con eleganza: Napoli meravigliosa, ma troppo faticosa per restare. Adesso aspetta il prossimo club da risvegliare. Magari, stavolta, con un bazooka in mano.