Mentre il Napoli fa le valigie per Venezia e Castel Volturno vive di convocati, minutaggi e polemiche, da Buenos Aires arriva una notizia che a Napoli pesa più di qualsiasi classifica. Il processo Maradona, il secondo dibattimento sulla morte di Diego Armando Maradona, è entrato nella sua fase finale: le parti civili hanno chiuso le arringhe e l’ultima, quella dell’avvocato Fernando Burlando, ha lasciato il segno. Parole durissime, richieste pesantissime e un’idea chiara: per l’accusa, il Diez poteva e doveva essere salvato.
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Toggle«Hanno ucciso un eroe mitologico»: l’arringa di Burlando
Burlando rappresenta Dalma Maradona e la sorella Gianinna, e davanti al Tribunale Oral en lo Criminal n. 7 di San Isidro non ha usato giri di parole. Un intervento fiume, il più lungo ed emotivo di questa fase conclusiva, chiuso con una frase che in Argentina è subito rimbalzata ovunque: «All’inizio di questo processo ho detto che Diego è stato assassinato. Oggi lo ripeto: è stato assassinato a sangue freddo». Secondo il legale, la sua tesi non poggia più soltanto sulle convinzioni della famiglia, ma su quanto emerso in mesi di udienze.
Il passaggio che ha colpito di più riguarda la casa del quartiere San Andrés, a Tigre, dove Maradona trascorse le ultime settimane dopo l’intervento alla testa del novembre 2020. Burlando l’ha definita senza mezzi termini «un porcile», aggiungendo che Diego «ci è arrivato vivo» e che chi lo aveva in cura avrebbe ignorato segnali e sintomi «che avrebbero preoccupato chiunque». E poi l’immagine più forte: «Hanno ucciso un eroe mitologico, un guerriero capace di andare verso l’oblio e la morte e tornare indietro quando voleva. E lo hanno fatto in modo vile, approfittando della sua salute fragile».
Le richieste: 15 anni per Luque, 12 per Forlini, 10 per Cosachov
Poi i numeri, che sono quelli che contano in un’aula di tribunale. Per il neurochirurgo Leopoldo Luque, per anni medico e amico personale di Maradona, la richiesta è di 15 anni di carcere per omicidio semplice con dolo eventuale, cioè la contestazione di chi sapeva che le proprie azioni od omissioni potevano portare alla morte del paziente. Dodici anni chiesti per Nancy Forlini, coordinatrice dell’assistenza domiciliare per conto della prepagata Swiss Medical, e dieci per la psichiatra Agustina Cosachov. Per tutti e tre è stata sollecitata anche l’interdizione dalla professione.
Il quadro si completa con le posizioni minori: cinque anni per lo psicologo Carlos Díaz e quattro anni e mezzo per l’infermiere Ricardo Almirón e per il suo coordinatore Mariano Perroni. Per il medico clinico Pedro Di Spagna, invece, anche Burlando si è allineato alla Procura chiedendo l’assoluzione: sarà, con ogni probabilità, l’unico dei sette imputati a uscire pulito dalla vicenda.
Va ricordato da dove si parte. La settimana scorsa i pubblici ministeri Patricio Ferrari e Cosme Iribarren avevano chiesto 12 anni per Luque, 10 per Forlini e 8 per Cosachov. Le parti civili sono andate oltre: Mario Baudry, legale di Dieguito Fernando, il figlio più piccolo del Pibe, ha addirittura chiesto 16 anni sia per Luque sia per Forlini. Sommando tutte le arringhe, le richieste per il neurochirurgo oscillano così tra i 12 e i 16 anni. Attenzione però: sono richieste dell’accusa e delle famiglie, non condanne. Gli imputati restano innocenti fino a sentenza e i giudici Alberto Gaig, Alberto Ortolani e Pablo Rolón dovranno ancora ascoltare l’altra campana.
Il calendario: difese dal 20 ottobre, verdetto forse a dicembre
Ed è proprio qui che si apre l’ultimo atto. Le difese parleranno il 20, il 21 e il 22 ottobre: per Luque interverranno Francisco Oneto, Julio Rivas e Roberto Rallín, per Cosachov Vadim Mischanchuk e Marcelo Rodríguez Jordán. Dopo le arringhe difensive gli imputati avranno diritto alle ultime parole, poi la corte si ritirerà in camera di consiglio. La data del verdetto non è ancora fissata e la stampa argentina ipotizza dicembre.
Un processo che arriva dopo un percorso tortuoso. Il primo dibattimento, partito nella primavera del 2025, era saltato clamorosamente per lo scandalo legato a una giudice coinvolta in un documentario sul caso, costringendo tutti a ricominciare da capo. Il nuovo processo è partito il 14 aprile di quest’anno: circa 45 udienze, una settantina di testimonianze e una montagna di chat estratte dai telefoni degli imputati, che hanno fatto da ossatura alle accuse.
Napoli aspetta giustizia: il 20 ottobre al Maradona, il 25 novembre nel cuore
C’è una coincidenza che fa venire i brividi. Martedì 20 ottobre, nello stesso giorno in cui a San Isidro inizieranno a parlare i difensori, il Napoli ospiterà il Bodø/Glimt in Champions League, proprio allo stadio Maradona, l’impianto che porta il suo nome dal dicembre 2020. Difficile immaginare che la curva non pensi anche a quello che succede a oltre undicimila chilometri di distanza.
Per i tifosi azzurri la morte di Diego non è mai stata solo cronaca giudiziaria. È una ferita aperta da quasi sei anni, il prossimo 25 novembre saranno sei, che si riaccende ogni volta che emergono dettagli sulle ultime settimane di vita del Pibe, tra assistenza domiciliare improvvisata, segnali sottovalutati e responsabilità ancora da accertare. A Napoli Maradona è murales, altarini, canzoni, figli che portano il suo nome. E proprio per questo la città chiede una cosa sola: una verità definitiva, qualunque essa sia.
Le accuse hanno detto la loro, con toni che più netti non si poteva. Ora tocca alle difese provare a smontare questo impianto, poi la parola passerà ai giudici. Per il Napoli e per la sua gente, l’attesa di dicembre sarà lunghissima.